Il discorso commemorativo del sindaco Giampiero Giulietti in occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia
Anche a Umbertide abbiamo voluto essere protagonisti di queste celebrazioni, affinchè siano non solo un'occasione di festa ma anche il momento per riscoprire il nostro essere italiani e dare un senso all'impegno per la nostra patria e per le nuove generazioni (nelle foto all'interno della notizia: momenti della cerimonia in Consiglio comunale)
Umbertide è l'unico comune in Umbria che celebra l'Ottocento, il mito del Risorgimento e le sue origini di città moderna. Nel 2013 festeggeremo il 150esimo anniversario della nostra città che si trasformò da Fratta in Umbertide con decreto del re del 29 marzo 1863. Non a caso con la figura di Giuseppe Garibaldi iniziamo la celebrazione dei festeggiamenti dell'Ottocento umbertidese. Il fascino trascinante della fama di Garibaldi, specie tra le file repubblicane e liberali, si diffuse anche a Fratta e molti giovani lo seguirono con passione e attaccamento per circa venti anni, dalla prima all'ultima ora, dalla difesa di Roma repubblicana nel 1849, al tentativo di rovesciare il governo papalino a Mentana nel 1867. Con il capitano Luigi Vibi, sulle mura di Roma c'erano altri ventisei giovani della Fratta. Inoltre, altri 28 volontari umbertidesi accorsero nel 1859 nella Seconda Guerra di Indipendenza e ancora altri 23 nel 1866 a Condino e Bezzecca. A Mentana, nel 1867, erano presenti 31 ragazzi di Umbertide. Tre di essi non fecero più ritorno: il 21 giugno 1849 il capitano Luigi Vibi fu colpito a morte a Porta di San Pancrazio sulle mura di Roma; il 16 luglio 1866 il caporale Giuseppe Mastriforti cadde a Condino in provincia di Trento; il 3 novembre 1867, Giovanni Battista Igi si sacrificò a Mentana. La lapide in Piazza Matteotti riporta i nomi dei 90 volontari che contribuirono al raggiungimento dell'Unità Nazionale. Sono elencati in ordine alfabetico, senza distinzione delle campagne compiute. Alcuni di loro furono presenti in più di una campagna garibaldina. Tra coloro che persero la vita in quelle vicende, è doveroso ricordare Berlicche (Cipriano Angioloni). Era di Città di Castello, ma venne fucilato dagli Austriaci nello spiazzo all'inizio di via Secoli dopo i lavatoi pubblici. Lo chiamavano Berlicche, come uno dei diavoli, perché era un grande bestemmiatore che aveva seguito fino a due giorni prima Garibaldi. Giuseppe Bertanzi, in una lettera scritta all'amico Giuseppe Amicizia di Città di Castello, ci dice che possedeva una eccezionale agilità del corpo. Fu arrestato tra Mercatale e Cortona da una colonna austriaca e quasi certamente l'Angioloni doveva essere un anello della Trafila. La Trafila consisteva in una catena capillare di informatori segreti, diffusa nel territorio dello Stato Pontificio, che aiutò Garibaldi in tutti i suoi spostamenti. Fu grazie alla Trafila che, a Sant'Angelo in Vado, venne informato che per la valle del Metauro risaliva una colonna austriaca per attaccarlo e la evitò dirigendosi a San Marino per la valle del Foglia. Era il 28 luglio e Cipriano Angioloni venne fucilato il 30. Qualche giorno dopo, morta Anita nella pineta di Ravenna, il fuggiasco eroe riuscì a evitare la stretta morsa delle pattuglie austriache che lo braccavano da vicino grazie all'efficienza della Trafila. I novanta giovani che seguirono Garibaldi appartenevano prevalentemente al ceto artigianale (fabbri, falegnami, sarti), a quello dei commercianti, dei possidenti, degli impiegati e della cultura. La stessa distribuzione sociale, del resto, la troviamo nell'impresa dei Mille.
Alle vicende del 20 giugno perugino del 1859 mancarono 800 giovani che erano partiti volontari per il nord dove si combatteva la Seconda Guerra di Indipendenza. Appartenevano agli stessi ceti. Nella terza, a Condino e Bezzecca, si ripeté lo stesso copione e tra i perugini c'erano anche Annibale Brugnoli e Zefferino Faina insieme a 23 umbertidesi. La riflessione su questi dati ci porta a precisare l'affermazione di alcuni autorevoli storici che definiscono la Resistenza del 1943-45 un secondo Risorgimento, con la differenza che essa registrò una partecipazione di massa, mentre il primo fu solo opera di una élite. Questo giudizio si basa su una trasposizione frettolosa del concetto di "massa" nei due avvenimenti. Se sul piano sociologico la massa è costituita da tutto il popolo che forma una comunità, su quello politico è "popolo" l'elemento consapevole, motivato e partecipe alla vita della società civile. Verso la metà dell'Ottocento, la massa dei contadini non godeva di alcun diritto ed era spettatrice estranea e passiva ai piccoli e ai grandi avvenimenti che non la toccavano minimamente. La classe operaia era ancora nella fase iniziale della sua nascita. Cento anni dopo, le cose erano cambiate e anche il popolo dei campi e delle fabbriche partecipava alla vita politica, era organizzato in partiti e si era dato i propri sindacati di categoria.
È logico che nelle file della Resistenza militassero anche quei ceti sociali che non erano presenti nelle lotte risorgimentali. Sulla base di queste considerazioni appaiono ingenerose le frustate che lo stesso Garibaldi nelle sue "Memorie" rifila all'assenza del popolo contadino tra le sue fila. Al Risorgimento nazionale e a Garibladi in particolare la comunità umbertidese offrì le sue migliori energie giovanili (la sua "massa", molti avevano poco più di sedici anni) appartenenti a quei ceti (artieri, possidenti, commercianti, impiegati, uomini di cultura) che avevano il privilegio della partecipazione e della consapevolezza. Il capoluogo di Umbertide in quel periodo contava 900 abitanti e 90 combattenti garibaldini rappresentano il 10% del totale. Una cifra elevata se si considera che non fu il frutto di un precetto di leva, ma di una scelta volontaria. La fine delle lotte risorgimentali lasciò un segno profondo nella comunità umbertidese e ci piace ricordare di essere stati protagonisti di quei fatti che cambiarono il nostro Paese e ci fecero essere una Nazione. Era il 18 febbraio 1861 e la severa e ordinata Torino era invasa da una gran folla di signori in marsina e cilindro, militari in divisa, popolani e giornalisti, curiosi, uomini e donne accorsi ad assietere al battesimo del Regno d'Italia. Ad applaudire il discorso scritto da Cavour e pronunciato da Vittorio Emanuele II nell'aula provvisoria del nuovo Parlamento ci sono 650 tra deputati e senatori, tra i quali Alessandro Manzoni, il maestro Giuseppe Verdi, Massimo D'Azeglio e Garibaldi. Un mese dopo, era il 17 marzo 1861, Vittorio Emanuele II, sino ad allora re di Sardegna, di Cipro, Gerusalemme e vari altri lidi sicuramente meno esotici, promulga la legge che lo autorizza ad assumere, per se e i suoi successori, il titolo di re d'Italia. Il giorno dopo, il 18, a mezzogiorno, 101 colpi di cannone annunciavano in tutte le città della penisopla la proclamazione del regno d'Italia. "Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani". Non aveva certo torto Massimo D'Azeglio, al quale questa frase viene attribuita. Mentre il primo parlamento nazionale proclamava Vittorio Emanuele Re d'Italia "per grazia di Dio e volontà della Nazione", il nostro Paese contava 26 milioni di italiani che non si capivano tra loro. Il dialetto era la lingua più diffusa, meno di 600mila conoscevano l'italiano e 75 su 100 non sapevano nè leggere nè scrivere. Il 27 gennaio 1861 per eleggere il primo parlamento italiano, gli aventi diritto erano 419mila: votarono in 240mila (57%) e appena 169mila furono i voti validi. L'unità d'Italia fece molta presa sulla gente ma ovviamente non riuscì a risolvere i problemi. Il nostro reddito pro-capite era la metà di quello inglese e un terzo di quello francese. Chi nasceva in quel momento doveva fare i conti con un Paese povero di risorse, materie prime e infrastrutture. L'Italia si presentò all'appuntamento dell'unificazione con circa 2.400 chilometri di ferrovie contro i 9.000 della Francia e i 14.600 dell'Inghilterra. Eravamo quasi tutti contadini e braccianti: il 70% era impegnato nell'agricoltura e il 18% nell'industria. Tra il 1861 e il 1870 oltre 21 milioni di italiani lasciavano l'Italia, per recarsi per lo più in Francia, Germania e successivamente negli Stati Uniti, dove nel 1860 saliva alla presidenza Abramo Lincoln.
Sono trascorsi 150 anni da allora e mi piace citare Ernesto Nathan, Sindaco di Roma, che nel 1911 (50esimo anniversario dell'Unità d'Italia) affermava che il "17 marzo 1861 è data tra le più memorabili nella vita della Patria nostra". Oggi ci rivolgiamo ad un passato che merita di essere celebrato senza retorica e l'occasione del 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia ci è utile anche per guardare avanti con saggezza e senza conservatorismi. L'Unità d'Italia fu perseguita attraverso la confluenza di visioni e strategie profondamente differenti tra loro, e questa confluenza risultò vincente perchè seppe unire le più diverse componenti di quello che sarebbe stato il nostro Paese. E dai nostri padri fondatori dovremmo imparare la lezione e saper valorizzare ciò che unisce un Paese, piuttosto che ciò che lo divide. Dovremmo riprendere la lezione di Mazzini e ripartire dai doveri che abbiamo nei confronti dell'Italia e del suo futuro. "La libertà non esiste senza uguaglianza, ma non esiste nè uguaglianza, nè libertà senza la profonda coscienza dei doveri cui tutti siamo chiamati": queste erano le riflessioni di Mazzini alle soglie del 1861. Mazzini cercava pervicacemente una via di progresso in grado di coniugare la legittima rivendicazione dei diritti ad un senso profondo di appartenenza alla Nazione e all'umanità intera. Nelle conclusioni della sua opera "Dei doveri dell'uomo" Mazzini esplicita che "il principale dovere, il più essenziale tra tutti, è quello che avete verso la Patria. Costituirla è debito vostro, ed è pura necessità. Gli incoraggiamenti, i mezzi dei quali v'ho parlato non possono venire che dalla Patria una e libera". Volemmo e vogliamo ancora la nostra Italia, una e indivisibile, così come recita la nostra straordinaria e bellissima Costituzione. Oggi le manifestazioni per celebrare i 150 anni della nostra Italia sono l'occasione per ribadire quel concetto e affrontare le nuove sfide, tenendo ben salda l'esigenza di una profonda coesione sociale che accomuni nord e sud di fronte ai grandi cambiamenti del mondo. Siamo uniti nell'essere italiani, nel sentirci parte di una sola Nazione, nel riconoscerci nella nostra Bandiera. L'articolo 12 della Costituzione italiana sancisce che "la bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso a tre bande verticali". La nostra Bandiera nasce a Bologna il 14 novembre 1.794. Diviene l'emblema della "Giovine Italia" di Mazzini e nel 1.849 viene adottata dalla Repubblica Romana. Il tricolore per tutti noi, come ebbe a dire in occasione del 140esimo anniversario dell'Unità d'Italia il presidente Carlo Azeglio Ciampi, non è una semplice insegna di Stato, è un vessillo di libertà conquistata da un popolo che si riconosce unito, che trova la sua identità nei principi di fratellanza e uguaglianza, di giustizia e di pace. Nei valori della propria storia e civiltà. Viva l'Italia.

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